
Dopo circa tredici anni di rottura delle relazioni diplomatiche tra la Siria e la comunità internazionale, oggi Damasco cerca di riscrivere un nuovo capitolo per la storia del paese.
Prima di raggiungere Ankara per il 36esimo vertice della Nato che si é tenuto ad Ankara tra il 7 e l’8 luglio, Emmanuel Macron ha scelto Damasco come prima tappa diplomatica dove si é recato la sera del 6 luglio. Si tratta della prima visita diplomatica di un leader europeo dopo la ripresa delle relazioni diplomatiche con la Siria : una visita storica e inedita con Ahmed Al-Charaa, attuale leader del governo di transizione siriano.
La visita del Presidente della Repubblica Francese rappresenta una tappa cruciale per la diplomazia siriana e per i suoi sforzi volti a sfuggire dall’isolamento diplomatico e a riconquistare il proprio posto a livello internazionale. La visita di Macron é stata inoltre segnata da un’esplosione avvenuta martedi’ mattina nei pressi dell’hotel dove il Presidente francese soggiornava.
In seguito a questo incontro, durante il vertice della NATO, Donald Trump ha annunciato la sua volontà di rimuovere la Siria dalla lista dei Paesi che sostengono il terrorismo. Si tratta di una svolta significativa per un Paese che, dopo anni di guerra civile e isolamento diplomatico, potrebbe nuovamente beneficiare degli investimenti stranieri e tornare a essere considerato un interlocutore internazionale "affidabile".
Dall’ascesa al potere di Ahmed al-Charaa, avvenuta dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, il governo siriano ha intensificato le iniziative e gli sforzi diplomatici per porre fine all’isolamento del Paese e stabilire la propria credibilità presso i partner regionali e occidentali.
La progressiva riapertura di diverse ambasciate a Damasco a partire dal dicembre 2024, le visite ufficiali di rappresentanti stranieri e la ripresa del dialogo con le organizzazioni internazionali testimoniano una volontà comune di voltare pagina rispetto a un conflitto che ha profondamente sconvolto il Paese sotto il governo della famiglia Assad. Più che una semplice normalizzazione, il nuovo potere siriano cerca oggi di costruire una vera e propria diplomazia della fiducia e della riconciliazione.
Alla ricerca di una nuova immagine per cessare l’isolamento diplomatico
A partire dal 2012, la politica di repressione condotta dal regime di Bashar al-Assad contro il movimento di protesta nato nel contesto delle Primavere arabe, l’intensificarsi della guerra civile e l’insediamento dello Stato Islamico nel 2014 hanno spinto numerosi Paesi a interrompere le proprie relazioni diplomatiche con Damasco. Le sanzioni occidentali, la chiusura di molte ambasciate e la sospensione della Siria dalla Lega Araba hanno progressivamente isolato il Paese dalla scena internazionale.
Dicembre 2024 rappresenta dunque una vera e propria svolta per il Paese poiché modifica gli equilibri diplomatici regionali, nonostante le tensioni e l’instabilità rimangano ancora significative. Se la transizione politica resta fragile, l’arrivo di Ahmed Al-Charaa apre una nuova fase in cui la diplomazia diventa uno strumento essenziale di stabilizzazione. Il suo obiettivo è duplice: convincere i partner stranieri che la Siria si trova su una nuova traiettoria politica e, al contempo, ottenere il sostegno economico indispensabile per la sua ricostruzione.
Il riconoscimento internazionale, tuttavia, non sarà sufficiente ad affrontare le enormi sfide che la Siria continua a dover fronteggiare.
Dopo oltre un decennio di guerra, il Paese rimane profondamente indebolito. Secondo le stime internazionali, saranno necessari centinaia di miliardi di dollari per ricostruire le infrastrutture distrutte, rilanciare l’economia e ripristinare i servizi pubblici. A queste difficoltà si aggiungono la delicata questione della restituzione dei beni immobili confiscati, la distruzione su vasta scala delle abitazioni e le problematiche legate al ritorno delle popolazioni sfollate.
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), più della metà della popolazione siriana è stata costretta ad abbandonare la propria casa durante il conflitto, sia attraverso lo sfollamento interno sia cercando rifugio all’estero. Sebbene alcuni rifugiati abbiano iniziato gradualmente a rientrare, molti continuano ad affrontare importanti ostacoli: l’assenza di garanzie di sicurezza, la distruzione delle abitazioni, le difficoltà economiche o ancora il mantenimento dello status di protezione internazionale nei Paesi di accoglienza.
Anche sul piano della sicurezza, la situazione resta instabile. Le tensioni comunitarie persistono in diverse regioni del Paese, mentre Israele continua le proprie operazioni militari e mantiene il controllo sulle alture del Golan. In questo contesto, la stabilizzazione della Siria dipenderà tanto dal successo della transizione politica quanto dalla capacità del nuovo governo di ricostruire la fiducia dei suoi partner internazionali.
Una diplomazia attiva volta verso la regione e l’occidente
Consapevole che la ricostruzione non potrà essere finanziata senza un’integrazione internazionale, Ahmed al-Charaa ha avviato una diplomazia particolarmente dinamica.
Il leader siriano ha intensificato i contatti con la Turchia, gli Stati del Golfo e diversi Paesi europei. Questa strategia mira a riposizionare la Siria come un attore regionale nuovamente considerato affidabile, capace di cooperare sulle questioni legate alla sicurezza, alla lotta contro il terrorismo e alla stabilità regionale.
Tra i primi risultati emersi, l’annuncio da parte degli Stati Uniti della loro intenzione di rimuovere la Siria dalla lista degli Stati sostenitori del terrorismo rappresenta una tappa fondamentale di questo processo. Una simile decisione potrebbe favorire il ritorno degli investimenti stranieri, migliorare l’accesso ai finanziamenti internazionali e agevolare una cooperazione più stretta con istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario Internazionale.
Al di là del suo valore simbolico, questa evoluzione riflette un graduale riconoscimento degli sforzi compiuti dalle nuove autorità siriane per normalizzare le loro relazioni con i partner internazionali.
Tra i partner occidentali, la Francia appare come uno dei Paesi che ha svolto un ruolo precoce nel dialogo con l’attuale governo siriano.
Già nel dicembre 2024, poche settimane dopo la caduta del regime di Assad, l’ambasciata francese riapre a Damasco. Poco dopo, il ministro dell’Europa e degli Affari Esteri, Jean-Noël Barrot, si reca in Siria per stabilire un primo contatto con le autorità di transizione.
Questa dinamica prosegue nel febbraio 2025 con la Conferenza internazionale di Parigi sulla Siria, durante la quale Emmanuel Macron chiede un cessate il fuoco duraturo nel nord, nel nord-est e nel sud del Paese e ribadisce il sostegno della Francia a una transizione politica inclusiva. Nel maggio 2025, Ahmed al-Charaa viene ricevuto all’Eliseo, a dimostrazione della volontà francese di accompagnare il progressivo reinserimento della Siria nella comunità internazionale.
Pur non essendo l’unico attore coinvolto in questo riavvicinamento, Parigi sembra aver svolto un ruolo di facilitatore diplomatico, contribuendo a ristabilire il dialogo tra Damasco e diversi partner occidentali. In questo contesto, va inoltre ricordato che nel novembre 2025 Donald Trump annuncia la revoca delle sanzioni nei confronti della Siria in seguito al suo incontro con Ahmed al-Charaa a Washington.
La storia diplomatica tra Francia e Siria, tuttavia, non nasce con l’attuale transizione. Nonostante le fratture provocate dalla guerra civile e dalla minaccia rappresentata dallo Stato Islamico, Parigi ha mantenuto a lungo relazioni privilegiate con Damasco.
Nel 1996, Jacques Chirac compie una visita ufficiale in Siria, segnando la volontà di rafforzare il dialogo bilaterale. Nel 2000 è l’unico capo di Stato occidentale a partecipare ai funerali di Hafez al-Assad, a testimonianza dell’importanza strategica attribuita alla relazione franco-siriana. Alcuni anni più tardi, Nicolas Sarkozy prosegue questo dialogo invitando Bashar al-Assad al vertice fondatore dell’Unione per il Mediterraneo nel 2008.
Oggi, questa conoscenza storica del dossier siriano conferisce alla Francia una posizione particolare nell’accompagnamento della transizione politica. Più che un semplice sostegno diplomatico, Parigi mira a favorire una stabilizzazione duratura della Siria, condizione indispensabile per la sicurezza regionale, il ritorno dei rifugiati e la ricostruzione economica.
Sebbene i segnali diplomatici siano incoraggianti, il ritorno della Siria sulla scena internazionale non è ancora garantito. La riabilitazione del Paese incontra ancora numerose resistenze all’interno della comunità internazionale, in particolare a causa del percorso personale di Ahmed al-Charaa. Ex capo della branca siriana di Al-Qaeda, fondatore del Fronte al-Nosra e successivamente leader di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), egli rimane una figura controversa nonostante il suo riposizionamento politico dopo l’arrivo alla guida delle autorità di transizione.
Questo passato alimenta i dubbi di numerosi partner stranieri, che oggi attendono fatti concreti più che semplici dichiarazioni. La fiducia dipenderà dalla capacità delle nuove autorità di garantire la sicurezza interna, proteggere tutte le componenti della società siriana, portare avanti le riforme istituzionali, contrastare ogni possibile ritorno dei gruppi estremisti e creare un contesto favorevole alla ricostruzione.
La sfida è quindi duplice. La Siria cerca di liberarsi dall’immagine di uno Stato associato per anni alla guerra, alla presenza di gruppi jihadisti sul proprio territorio e all’instabilità permanente, mentre il principale artefice della sua nuova diplomazia porta con sé un passato che continua a suscitare diffidenza in alcuni ambienti. La riconquista della fiducia internazionale non dipenderà soltanto dalla ripresa delle relazioni diplomatiche, ma anche dalla capacità di Al-Charaa di dimostrare che la rottura con il suo passato è reale e che la Siria è diventata un partner affidabile e prevedibile.
Questa diplomazia attiva avviata da Ahmed Al-Charaa non rappresenta dunque un punto di arrivo, ma una condizione preliminare in una Siria ancora segnata da oltre tredici anni di conflitto. La riabilitazione internazionale passerà sia attraverso i gesti diplomatici che attraverso le trasformazioni concrete realizzate sul terreno. Sarà proprio dall’equilibrio tra riconoscimento esterno, riforme strutturali e ricostruzione economica che dipenderà, nei prossimi anni, il ruolo che la Siria potrà conquistare all’interno della comunità internazionale.
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